Language and Neurodiversity: A Step Towards Inclusion (+Italian version)

A couple of days ago, the first day of the Neurodiversity Celebration Week, I had the privilege of attending a webinar that was truly insightful.

It focused on the role of language in shaping a more inclusive environment for all.

Listening to the speakers, it became clear how powerful language can be in fostering understanding and inclusivity. It’s important to recognize that inclusion isn’t something we do as a favour to a minority because “they need help.” Inclusion is something we do because it benefits everyone. It’s about creating a society where everyone’s differences are respected and valued.

To celebrate the Neurodiversity Week, I’ve begun what I hope will be a series of conversations in schools here in Trento, Italy, to shed light on these crucial topics. Together with a dear colleague and friend, Alberto Malena, who is not only a counselor but also someone with ADHD like me, we’ve embarked on a journey to break down the stereotypes surrounding neurodivergent individuals. Our goal is to equip the community with the tools necessary to understand what inclusion truly means and the benefits it brings when integrated into our daily lives – in communication, planning, relationships, and more.

We recently held a talk at Scuole Crispi in Trento, part of Istituto Trento 5, called "Viva le Differenze!" (Long Live Differences!).

The event attracted parents and teachers, and we had the opportunity to answer numerous questions from the audience. Our aim was to provide practical tools and insights.

Inclusion isn’t about offering help – it’s about unlocking human potential. Everyone has something special to contribute to their community. By breaking down barriers, we create an environment where that potential can shine, making life better for everyone.

To illustrate this point, I often use the example of subtitles. Initially, subtitles were created for the hard-of-hearing community, but they ended up benefiting many others as well. For instance, someone learning a new language or even a person working out in the gym with music on can still follow the news or a conversation. This is a perfect example of how something intended for one group can enhance the lives of others too.

The webinar on language was particularly interesting. It emphasized the importance of identity language and how it should never be forced upon anyone.

It’s essential to respect people’s journeys – some are comfortable disclosing their neurodivergence, while others are not. The discussion also touched on the future and how the wiring of neurodivergent brains cannot be neatly labeled for example as “high functioning” or “low functioning.” It’s not as simple as black and white. A person who might be considered high functioning may go through times when they experience challenges that others might consider low functioning.

The neurodiversity movement understands this complexity.

However, what surprised me was a conversation I had the day after the webinar with a neuropsychiatrist here in Trento who works within the public health system. Unfortunately, the language used was still outdated, referring to “handicap” and “the patient.” It felt as though we were stepping back by at least a decade. When I pointed this out, the doctor seemed unaware of the impact of these terms.

This encounter led me to reflect: social evolution seems ages ahead of the medical perspective… How can we bridge the gap between these two worlds?

Listening to outdated terms like "handicap" not only triggered a deep emotional response in me but also made me realise that these barriers aren’t just for the “patients”. They’re also preventing doctors from adopting a more holistic view of individuals. Without that understanding, it’s difficult for them to provide the best care.

Our journey towards a more inclusive world starts with how we speak to and about each other. The language we use shapes our environment and has the power to either build bridges or create walls.

Together, we can create a world where everyone’s potential is realised and embraced.

Personally, I now recognize that I need to learn how to engage in a dialogue that includes these outdated terms without being triggered. That is I think one of the hardest things of my neurodivergent journey.
But I remind myself that my role is to help this community to move forward, to foster understanding, and to create change for the betterment of all.

Italian Version:

Lingua e Neurodiversità: Un Passo Verso l’Inclusione

Una paio di giorni fa, in occasione dell’inizio della Settimana di Celebrazione della Neurodiversità, ho partecipato ad un webinar che è stato davvero utile sotto molti punti di vista.

Il tema principale era il ruolo del linguaggio nel creare un ambiente più inclusivo per tutti.

Ascoltando i relatori, è stato chiaro quanto possano essere potenti le parole che adottiamo, nel promuovere la comprensione e l'inclusività.

E attenzione: è importante riconoscere che l'inclusione non è qualcosa che facciamo come favore per una minoranza perché “hanno bisogno di aiuto”. L'inclusione è qualcosa che facciamo perché è un beneficio per tutti. Si tratta di creare una società dove le differenze di ciascuno siano rispettate e valorizzate.

Sempre in occasione di questa settimana così importante, ho iniziato quella che spero diventi una serie di conversazioni nelle scuole di Trento, per fare luce su questi temi cruciali.

Insieme a un caro collega ed amico, Alberto Malena, che è non solo un counselor, ma anche una persona con ADHD come me, abbiamo intrapreso un viaggio per abbattere gli stereotipi riguardo alle persone neurodivergenti. Il nostro obiettivo è fornire alla comunità gli strumenti necessari per comprendere cosa significhi davvero l'inclusione e quali siano i benefici che porta quando viene integrata nella vita quotidiana – nella comunicazione, nella pianificazione, nelle relazioni e molto altro.

Abbiamo recentemente tenuto un incontro presso le Scuole Crispi di Trento, parte dell’Istituto Trento 5, dal titolo "Viva le Differenze!".

L'evento ha attirato genitori e insegnanti, e abbiamo avuto l'opportunità di rispondere a numerose domande del pubblico. Il nostro obiettivo era fornire strumenti pratici e spunti utili.

L'inclusione non è offrire aiuto – inclusione vuol dire sbloccare il potenziale umano. Ognuno ha qualcosa di speciale da dare alla propria comunità. Abbattere le barriere significa creare un ambiente dove quel potenziale può brillare, migliorando la vita di tutti.

Per illustrare questo punto, spesso faccio l’esempio dei sottotitoli. Inizialmente, i sottotitoli sono stati creati per la comunità dei non udenti, ma hanno finito per beneficiare anche molte altre persone. Per esempio, chi sta imparando una nuova lingua o anche una persona che si allena in palestra con la musica accesa può comunque seguire ad esempio un programma sullo schermo.

Questo è un esempio perfetto di come qualcosa creato per un gruppo possa migliorare la vita di tutti.

Il webinar sul linguaggio è stato davvero particolarmente interessante.
Ha enfatizzato anche l’importanza del linguaggio di identità e come questo tuttavia non dovrebbe mai essere imposto. È fondamentale rispettare i percorsi delle persone – alcune sono a loro agio nel rivelare la loro neurodivergenza, mentre altre no.

La discussione ha anche toccato aspetti legati al futuro del linguaggio, spiegando che l’unicità dei cervelli neurodivergenti non può e non può e non deve essere etichettata.

Alta o bassa funzionalità, ad esempio, come possiamo definirla? Una persona considerata ad “alta funzionalità” può attraversare momenti in cui sperimenta difficoltà che potremmo considerare di bassa funzionalità. L’ambiente che ci circonda svolge un ruolo importantissimo nel muovere questa “lancetta”.
Il movimento per la neurodiversità comprende questa complessità. E probabilmente ci muoveremo verso un futuro in cui ADHD, autismo, dislessia etc, diventeranno “tratti”.

Tuttavia, ciò che mi ha sorpreso è stata una conversazione avuta il giorno dopo il webinar con una neuropsichiatra qui a Trento che lavora nel sistema sanitario pubblico. Purtroppo, il linguaggio usato era ancora obsoleto, facendo riferimento a "handicap" e "paziente". È stato per me, come tornare indietro di almeno dieci anni. Quando le ho fatto notare questa cosa, la dottoressa sembrava non rendersi conto dell’impatto di questi termini.

Questa conversazione mi ha portato a riflettere: come possiamo far incontrare l'evoluzione sociale e la prospettiva medica? Come possiamo fare in modo che questi due mondi dialoghino? Sentire termini obsoleti come "handicap" non solo ha suscitato una profonda reazione emotiva in me, ma mi ha fatto capire che queste barriere non sono solo per i "pazienti".

Sono anche ostacoli per i medici che non riescono ad adottare una visione più olistica della persona. Senza questa comprensione, è difficile per loro fornire la miglior “cura” o supporto.

In conclusione, il nostro cammino verso un mondo più inclusivo inizia con il modo in cui parliamo tra noi e di noi.

La lingua che usiamo plasma l'ambiente e ha il potere di costruire ponti o creare muri. Insieme, possiamo creare un mondo in cui il potenziale di ciascuno sia realizzato e accolto.

Personalmente, ora riconosco che devo imparare a entrare in dialogo con queste parole obsolete senza esserne scossa profondamente.
E lo ammetto. È davvero difficile. Forse la cosa più difficile che ho dovuto affrontare ad oggi, in questo viaggio nella neurodivergenza.
Ma cerco di ricordare che il mio ruolo è aiutare questa comunità ad andare avanti, a favorire la comprensione, l’inclusione e a creare cambiamenti per il miglioramento di tutti.

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